Chi è Milton Erickson

Pian piano riuscì a rimettersi in piedi, e con fatica dedicò quotidianamente parecchio tempo ad irrobustire la sua muscolatura, in modo da poter riprendere a camminare, andare in bicicletta e muoversi in autonomia, anche se zoppicante. Successivamente fu soggetto ad una forte reazione allergica al vaccino del tetano, che gli procuro intense crisi periodiche e ricoveri ospedalieri. I suoi problemi di salute proseguirono in modo altalenante sino alla sua morte, ma gli permisero di sperimentare su se stesso sia la comunicazione mente-corpo sia l’attitudine alla resilienza.

≪… Mentre ero immobilizzato a letto passavo ore cercando di individuare la mano, il piede e le dita. Fu cosi che divenni conscio di ciò che erano i movimenti…≫, raccontava ai suoi allievi. Negli ultimi anni della sua vita passava anche più di un’ora a letto, tutte le mattine, e con esercizi di autoipnosi riusciva a calmare il dolore muscolare prima di potersi alzare. Era solito raccontare di come la poliomielite fosse stata una grande maestra di vita. Erickson ebbe una famiglia, con numerosi figli e una moglie che rimase al suo fianco per tutta la vita, partecipando direttamente e indirettamente alla sua attività professionale. Dimostro inoltre di possedere una sana attitudine alla creatività, che gli consentì di sperimentare sempre nuove modalità di cambiamento. Mai gli venne meno l’incredibile fiducia sulle capacita di ogni persona di migliorare e guarire: egli era certo che ciò che era valso per lui, poteva valere anche per gli altri. Fu talmente un abile professionista del cambiamento, che è possibile tracciare una netta linea di separazione tra il prima e il dopo di lui, circa l’uso dell’ipnosi e della psicoterapia ipnotica. 

La sua attività scientifica in campo ipnotico lo ha visto pubblicare quasi duecento articoli, circa una decina di libri come coautore, per non parlare dei libri che sono stati scritti su di lui. Nel 1957 ha fondato l’American Society of Clinical Hypnosis. Nella sua attività clinica e di conferenziere si stima che abbia ipnotizzato più di trentamila persone. Dal suo lavoro sono state poi sviluppate tecniche ed approcci psicoterapeutici utilizzati anche in terapie non ipnotiche. Erickson non e mai stato attratto dall’idea di sviluppare teorie scientifiche sul funzionamento mentale e sullo sviluppo della personalità. Secondo il suo modo di agire, se un terapeuta si muove con una teoria scientifica in testa, correrà il rischio di cercare conferme in essa, perdendo di vista la persona nella sua singolarità. Nel suo approccio terapeutico Erickson era molto più interessato al “come mai” si verifica un comportamento (come mai l’individuo agisce in quel modo) piuttosto che al “perchè” (perchè ha quel problema).

Per lui era più importante far cambiare una brutta abitudine ad una persona, se questa era la richiesta, piuttosto che passare ore a chiedersi perchè avesse quella brutta abitudine. Ciò che affascina nel suo approccio è la mentalità, ovvero quella serie di principi e presupposti che lo guidavano nel fare ciò che faceva. Erickson mori il 25 marzo 1980. Grazie ai libri pubblicati ed ai filmati e gli scritti dei suoi allievi, possiamo apprezzarne l’originalità e il talento, scoprendo le linee guida che l’hanno orientato nella sua attività.

4.1 I principi guida

Quelli più conosciuti sono :

La persona agisce secondo la propria mappa interna.
Che cosa significa questo? Mi ricordo che durante gli anni in cui ho lavorato come psicologo in un reparto di oncologia, mi colpi il comportamento di due signore di fronte alla diagnosi ricevuta. Erano simili in molte cose: lo stile di vita, l’età, la diagnosi che purtroppo ricevettero, il protocollo di cure e la simultaneità della somministrazione della terapia. A distanza di qualche mese, le condizioni di salute erano le stesse, solo che per una signora, al contrario dell’altra, quell’evento rappresentava l’inizio della fine.

Ella infatti diceva: ≪Con quello che ho avuto la mia vita non sarà più quella di prima≫. Per l’altra signora invece quell’evento significava ≪… l’inizio di una nuova vita… Con quello che ho avuto la mia vita non sarà più la stessa di prima≫. Come mai di fronte allo stesso evento due persone reagiscono in modo cosi diverso? Perchè l’evento non è lo stesso per loro. A cambiare era la rappresentazione mentale che della diagnosi le due signore si erano fatte e un diverso modo d’interpretare quell’evento, che ha permesso alla seconda signora di vedere la malattia come un momento per mettere in atto nella sua vita quei cambiamenti che non aveva mai trovato il tempo di fare, o che aveva sempre posticipato, a differenza della prima, che si era invece fermata alle cose che non avrebbe avuto più. 

Erickson capi che, se vogliamo veramente comprendere perchè una persona si comporta in un certo modo in una data situazione, non e d’aiuto pensare a cosa avremmo fatto noi in quella situazione (che, tra le righe, viene considerata la risposta ovvia e soprattutto normale). Al contrario, sarà utile riflettere sul come è stata interpretata la situazione da quella persona, poichè e dal senso che ne ha dato che possiamo capire il perchè di quei comportamenti. Il passo successivo in una richiesta di aiuto sarà quindi quello di accompagnare il paziente a trovare significati alternativi e più utili per se, con i quali leggere la situazione: i comportamenti successivi saranno solo una ovvia e coerente conseguenza del diverso modo d’intendere.

In un qualsiasi momento, la scelta che la persona compie è quella per lei migliore.

Anche questo e un presupposto interessante, che ha permesso ad Erickson una flessibilità incredibile di intervento terapeutico. Infatti, per lui nessun comportamento o atteggiamento del paziente era sbagliato in assoluto: quindi, come tale non andava corretto, semmai valorizzato in un altro contesto, dunque mantenuto.

Questo creava l’apertura per poter trovare poi un comportamento o un atteggiamento sostitutivo. Di conseguenza, se una persona agisce in un certo modo, ma in quel momento il comportamento non risulta efficace, si tratta casomai di ampliare le possibilità di azione fra quelle che l’individuo ha a disposizione.

Insegnate a scegliere, non cercate mai di limitare la scelta.

Secondo Erickson, preso atto che gli esseri umani cercano di difendere in tutti i modi le proprie idee, reagendo con emotività quando queste sono messe in discussione, se vogliamo accompagnarli verso un processo di cambiamento, la prima cosa da fare e accettare che il loro punto di vista e, comunque, solo uno fra quelli possibili. Poi li si potrà accompagnare piano piano ad entrare in uno stato di fiducia, grazie al quale saranno propensi a cambiare idee, convinzioni e modi di vedere le cose. E ovvio che insegnare a scegliere significa ampliare la mappa di riferimento interna del paziente, in modo che possa trovare comportamenti, atteggiamenti ed emozioni che gli permetteranno di uscire dal problema.

Le risorse di cui il cliente ha bisogno risiedono nella sua storia personale.

Cosi com’era valso per se, Erickson pensava che anche i pazienti avessero nella propria storia personale le risorse di cui avevano bisogno per affrontare i problemi e le difficolta della vita. Sarebbe bastato semplicemente accompagnarli a “riprenderle”. Questa esperienza dell’andare a riprenderle, egli la definiva ≪riassociare il paziente a degli stati risorsa≫. Erickson sosteneva che le persone, di fronte a un problema, si sentono bloccate.

Ciò crea uno stato di stallo, che spesso impedisce loro di ricordarsi che in altri momenti della vita hanno già affrontato situazioni simili, se non addirittura più difficili. Solo che, “agganciati” nello stato emotivo problematico, non riescono a vedere una soluzione, e se verrà loro suggerita, chiusi dentro ad un pregiudizio cognitivo, diranno che non e fattibile. E lo stato ipnotico che, creando una sospensione dell’esame critico della realtà, permetterà di recuperare le risorse di efficacia vissute in precedenza. Faccio un esempio: ci può essere una persona che con gli amici e molto brava a parlare, senza alcun timore verso i nuovi conoscenti.

Al lavoro, invece, davanti al proprio responsabile si blocca e parla a monosillabi. In una situazione ipnotica è possibile riassociare il paziente ad alcune esperienze in cui era con gli amici, con quello stato emotivo e cognitivo, facendogli vivere, subito dopo e sempre in ipnosi, un’esperienza critica vissuta al lavoro. L’esperienza critica sarà affrontata, questa volta, con uno stato d’animo diverso, che aprirà il paziente a considerare altre opportunità di pensiero e di azione.

Andare incontro al cliente all’interno del suo modello del mondo.

I cambiamenti più duraturi sono quelli che arrivano da soli, in modo spontaneo, non perchè imposti o indotti dalla “forza di volontà”. Diventa quindi utile creare le condizioni affinchè il cambiamento arrivi da se, come naturale conseguenza di un diverso modo di porsi di fronte al problema. Non è infatti necessario che la suggestione sia diretta. Ad esempio, Erickson amava raccontare storie che, in uno stato ipnotico, consentivano al paziente di identificarsi con i personaggi delle narrazioni. 

Questi racconti erano costruiti secondo un percorso che conteneva aneddoti simili a quelli del paziente, con l’aggiunta però di ipotesi di soluzione: tali storie, vissute in un contesto ipnotico, implicano la momentanea sospensione dell’esame critico della realtà.

Se una cosa è troppo difficile, suddividetela in pezzi.

Se vi capiterà di confrontarvi con una persona timida, dopo averla invitata a parlare in pubblico, ella vi dirà che è impossibile. Ma se la farete parlare con una persona alla volta, ci riuscirà benissimo. Capisco che vi verrà da dire che non è la stessa cosa. Sono d’accordo, ma dopo che avrà parlato una volta con tutti, sarà per lei più facile parlare a piccoli gruppi, poi a gruppi sempre più grandi, e cosi via. Non sempre il cambiamento avviene in un istante, anzi: tanto più si ha a che fare con abitudini consolidate, tanto meglio le si potrà modificare un pezzetto alla volta.

Il risultato è determinato a livello inconscio.

A partire dagli anni Sessanta si e cominciato a scoprire che in ogni comunicazione fra due o più persone, vengono inviati messaggi e informazioni sia a un livello cosciente (attraverso il canale verbale) sia ad un livello inconscio (attraverso i canali non verbali, quali il tono della voce, l’espressione del viso, ecc.). Si e visto inoltre che, nel caso in cui le informazioni siano discordanti fra loro, saranno quelle inconsce a determinare la risposta che si otterrà dall’altra persona. Faccio un esempio: provate a fare un complimento ad una vostra collega per il suo abbigliamento. Mentre glielo fate, assumete un’espressione canzonatoria. Cominciate a contare mentalmente, e vedrete quanti secondi passeranno prima che la collega vi mandi a quel paese. 

Ecco quindi che durante un’esperienza ipnotica, ciò che diremo attraverso una suggestione indiretta (il messaggio terapeutico) arriverà a livello inconscio e produrrà un primo risultato, anche senza che il soggetto se ne sia reso conto a livello cosciente. A differenza degli psicoanalisti, per Erickson non è necessario che il materiale inconscio diventi cosciente: dato che la mente cosciente fa da base a convinzioni o idee di sé che possono essere limitanti per la persona, e che spesso contribuiscono al mantenimento del problema, il lavoro può essere fatto a livello inconscio e poi, una volta ottenuto il cambiamento, si può renderlo noto anche alla mente conscia. Nel suo lavoro Erickson fu molto creativo, qualità questa che ebbe in comune con i grandi della psicoterapia,è che gli permise di inventare un notevole numero di tecniche di cambiamento terapeutico.

Lo stile

Negli anni della sua attività, Erickson dimostrò non solo una buonissima conoscenza delle tecniche ipnotiche classiche, ma riuscì anche ad elaborare uno stile completamente nuovo nell’utilizzo della trance ipnotica ai fini del cambiamento. Per distinguere l’approccio ericksoniano da quello classico, lo si definirà “indiretto”.

Cosa vuol dire indiretto ? Facciamo un esempio. Un utilizzo classico dell’ipnosi consisteva nel mettere in atto la trance ipnotica con il paziente, per poi impartire una serie di suggestioni in modo ripetitivo, fino a ottenere l’effetto desiderato. Ecco che in una situazione classica – se l’obiettivo era quello di ottenere un’analgesia e raggiunta la giusta profondità ipnotica – l’ipnotista usava ripetere frasi del tipo: ≪La tua mano si farà sempre più fredda… sempre più fredda… la tua mano ora si sta facendo sempre più fredda… sempre più fredda… ≫, fino a ottenere l’effetto della mano fredda. A quel punto l’ipnotista, spostando la mano sulla parte dolorante ne associava la sensazione di freddo che, come sappiamo, riduce la percezione della parte del corpo, riducendo cosi anche il segnale di dolore. 

Un utilizzo in stile ericksoniano può invece suonare cosi: ≪… Ora come sai… ci sono stati momenti della tua vita in cui hai sperimentato sensazioni diverse sulle tue mani… ad esempio, quando da bambino ti lavavi le mani con l’acqua fredda… oppure giocavi a palle di neve… e ti divertivi talmente tanto che per un po’ non pensavi più alle tue mani, mentre tenevi la palla di neve prima di lanciarla… e la tua mente inconscia ricorda la sensazione di freddo che hai avuto quando hai giocato a palle di neve da bambino… e quella sensazione faceva si che tu cominciassi a non sentire le tue mani per un po’… le potevi vedere arrossate e le sentivi diventare fredde… la sensazione della neve… fredda, e ti divertivi mentre le mani raccoglievano la neve… quella sensazione particolare… il freddo sempre più presente…≫, e via dicendo fino a ottenere l’effetto del freddo. A quel punto, si chiederà alla mente inconscia di accompagnare la mano ed appoggiarla sulla parte che da dolore, lasciando che, respiro dopo respiro, quella sensazione di freddo si diffonda un po’ alla volta. 

Ecco perchè lo stile ericksoniano veniva definito anche indiretto: per ottenere il risultato era infatti fondamentale accompagnare la persona a trovare le risorse dentro di sè, creando cosi quell’effetto desiderato, senza comandi autoritari, com’era invece in voga nello stile classico sino agli anni Cinquanta e Sessanta. Ma Erickson il massimo dell’eleganza lo otteneva quando utilizzava la tecnica che lui chiamava “della dissemina”. Si tratta di un metodo molto sottile d’influenzamento degli stati d’animo, cosi come della percezione tramite l’associazione di parole con i contenuti emotivi a queste associati. Dopo aver accompagnato la persona a raggiungere uno stato di piacevole rilassamento, egli cominciava la narrazione di una o più storie, all’interno delle quali c’erano riferimenti continui all’effetto che voleva ottenere. Quando ripeteva queste parole, egli manteneva lo stesso tono di voce, diverso da quello che usava per il resto della narrazione. Procederò ora scrivendo una breve traccia che renda l’idea di come si possa usare questa tecnica in un intervento sull’autostima. 

Abbiamo di fronte a noi una ragazza che, terminato il ciclo di scuole superiori, fa fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro, poichè pensa di essere una persona insicura. L’idea di iniziare un periodo di stage presso un’azienda le crea notevole preoccupazione. Come primo passo e necessario preparare l’intervento scrivendo un elenco di parole che si possano associare all’idea di sicurezza di se.

Ecco un esempio: forza, stabilità, sicurezza, tenere posizione (cioè fermezza nelle relazioni), tranquillità, calma, rilassata, piacersi, a proprio agio, benessere, curiosità, scoperta, equilibrio interiore e cosi via. Nel corso di una seduta è possibile attuare un intervento ipnotico che preveda nella prima parte il raggiungimento di una buona profondità di trance; poi, una volta ottenuta, si potrà cominciare a raccontare una storia, che al suo interno conterrà anche le parole elencate in precedenza. Tali vocaboli saranno necessariamente verbalizzati con lo stesso tono di voce, che dovrà essere diverso da quello utilizzato per il resto della narrazione. Riportiamo ora la trascrizione di un intervento fatto in passato.  ≪… Bene M., e cosi, mentre puoi assaporare la tranquillità che puoi vivere mentre sei rilassata… sai che la tua mente inconscia potrà cominciare a pensare ad un posto… un posto lontano… un posto che assomiglia a quello narrato dalle favole di un tempo… che parla di castelli, principesse e cavalieri… e cosi potrai ricordare una storia che magari assomiglia ad una storia che conosci… un film che hai visto… non so… e in un castello viveva una principessa… una giovane principessa… ed anche per questa principessa era arrivato il momento di prepararsi a diventare regina… e se questo da un lato le faceva provare un certo timore di non essere pronta… dall’altro provava una curiosità verso il suo nuovo impegno… osservando la madre regina… la vedeva con equilibrio interiore e con la capacita di tenere posizione nelle decisioni… e lei aveva sempre desiderato avere queste abilita… d’altra parte era sua figlia, pensava… di sicuro qualcosa delle abilita della madre le sarà stato trasmesso… ogni tanto pensava anche a suo padre… il re del castello… amato e rispettato… forte nel trasmettere la sua volontà agli altri cavalieri… ed anche in quel caso, come per la madre, riguardo al padre pensava che, essendo sua figlia… doveva aver preso qualcuna delle sue qualità… ma era come se quelle qualità fossero in qualche posto dentro di lei… era sicura di averle, ma le sembrava di non riuscire a recuperarle in vista della nuova prova che avrebbe dovuto affrontare (…)≫.

Dopo circa venti minuti di racconto, durante i quali le parole dell’elenco sono state ripetute spesso, andiamo verso la chiusura, che consiste nel farle vivere subito quelle sensazioni ed emozioni che ha provato durante il racconto, trasformandole in comportamenti. ≪(…) Ed e cosi che la principessa potrà portare quella sensazione di equilibrio interiore che ha provato nella sua esperienza… ma anche in quei momenti della sua vita in cui è stata bene, mentre faceva quello che faceva… ed ha tenuto posizione nel terminare quello che ha iniziato… quando ha imparato ad andare a cavallo ed e arrivata fino alla fine… quando e andata a portare le cose che la madre le aveva chiesto di portare nel bosco… e questo significa anche sicurezza oltre che stabilità… e cosi, quando vedrà nuove persone, saprà che quelle persone saranno nuove solo per il loro volto o per i loro nomi… ma non lo saranno di certo per i loro comportamenti… Infatti, i comportamenti saranno simili a quelli di altre persone già conosciute in precedenza, e anche tu M. hai già avuto a che fare con molti comportamenti e persone nel corso degli anni… quelli dei tuoi compagni di classe… dei tuoi amici… dei tuoi famigliari… hai già incontrato molti tipi di atteggiamenti e comportamenti simili, messi in atto da persone diverse… hai potuto capire negli anni anche tu che ciò che cambia non sono i comportamenti delle persone ma i loro volti… i loro vestiti… e questo ti farà sentire sicura… perchè puoi essere curiosa nello scoprire e anticipare quale comportamento avrà una persona mai vista a partire da certi dettagli… nel suo modo di vestire… di camminare… e mentre giocherai a questo nuovo gioco… ti sentirai in equilibrio e stabile… potrai già vederti nel tuo prossimo futuro… nell’azienda dove farai lo stage… e vederti muovere… parlare… rispondere… lavorare e fare le cose che ti verranno richieste… sentirti a tuo agio… pensando a quella principessa… pensando a quei momenti della tua vita che tu hai già vissuto… e se ci saranno novità… saranno novità prevedibili… e prevedere in anticipo ti dara sicurezza e stabilità… ed osservandoti la, nel tuo futuro, mentre ti comporti cosi, ti permetterà di piacerti… e se adesso comincerai a riprendere quella consapevolezza cosciente che avevi quando abbiamo cominciato… risvegliandoti con calma… sai che l’esperienza che hai fatto proseguirà a un livello di profondità nei tuoi pensieri… nelle tue emozioni… ≫.

4.3 La trance come fenomeno naturale e necessario

Erickson sviluppò un concetto interessante per spiegare il fenomeno della trance ipnotica, quello di comuni trance quotidiane o, successivamente, “pause ultradiane”. Assieme ad uno dei suoi giovani colleghi, Ernest Rossi, ipotizzò che la presenza della pausa ultradiana fosse un fenomeno naturale e necessario per il buon funzionamento della mente. Negli anni successivi di studio e sperimentazione, osservarono che si trattava di un fenomeno in grado di influenzare anche il benessere mente-corpo. Dobbiamo aspettare un bel po’ di anni prima che si cominci a parlare di psicosomatica e di PNEI (Psiconeuroendoimmunologia).
Osservando i suoi pazienti durante le sedute, dai piccoli segnali involontari quali la modifica del respiro, le pupille che si dilatavano, ecc., Erickson si accorse che la mente delle persone ogni tanto aveva bisogno di prendersi una pausa. In quei momenti le persone diventavano molto più ricettive all’ipnosi e ai cambiamenti, perchè a quei momenti di pausa spontanea era associata una minore rigidità di pensiero. Come se l’attenzione cosciente seguisse un flusso che alterna momenti di elevata attenzione verso ciò che accade all’esterno della persona, a momenti in cui invece la concentrazione e rivolta di più a ciò che si verifica all’interno dell’individuo, facendo si che l’attenzione risulti essere meno critica e più aperta alle suggestioni e ai cambiamenti di punti di vista. In altre parole, Erickson aveva notato che le persone alternavano momenti in cui erano molto concentrate su ciò che accadeva al loro esterno (la sua voce, l’arredo della stanza, un colpo di clacson fuori dalla finestra, ecc.) a momenti in cui sembravano completamente disinteressate a tutto questo, in favore di una forte attenzione verso ciò che accadeva all’interno di se stesse.

Anni e anni di esperienza avevano permesso ad Erickson di capire che durante queste fasi, della durata di circa 10-15 minuti, grazie alla maggiore attenzione a ciò che accade all’interno di se, i suoi pazienti erano in grado di ottenere un migliore accesso alle loro intuizioni, emozioni e pensieri “nascosti”. Ma se ci pensiamo bene, a tutti sarà successo di avere momenti simili durante la giornata. Quante volte ci capita infatti che la nostra mente si prenda una pausa, mentre stiamo ascoltando qualcuno che parla ad una riunione o mentre stiamo facendo qualcosa di abitudinario (pensare alle lezioni scolastiche non vale, perchè gli insegnanti sono costretti a trattare materie che spesso agevolano queste trance spontanee, rendendole profondamente ipnotiche). Durante queste pause spontanee, si è poi scoperto che accade qualcosa di interessante nella comunicazione mente-corpo. Ernest Rossi ha continuato la ricerca sulle comuni trance quotidiane, anche se ha preferito chiamarle “ciclo fondamentale di riposo-attività”. Rossi racconta che i primi ad accorgersi di questi cicli furono alcuni scienziati che studiavano il sonno negli anni Cinquanta.

Essi riferirono che ogni novanta minuti avvengono dei movimenti oculari rapidi (REM) e che durante questa fase il consumo di ossigeno, la pressione sanguigna, il battito cardiaco e l’attività gastrointestinale aumentano. L’attività elettrica del cervello e simile allo stato di veglia con un’importante attività onirica. Le ricerche svolte successivamente ci permettono di affermare che il funzionamento attraverso cicli di 90-120 minuti regola le normali attività dei principali sistemi mente-corpo, come il sistema immunitario ed il sistema endocrino. L’idea interessante che deriva da questi studi e che se impariamo a diventare consapevoli dei nostri ritmi di riposo-attività, possiamo migliorare il nostro stato di salute, la nostra efficienza psicofisica, la capacità di tollerare gli stress, e cosi via. Imparare a riconoscere i segnali di inizio della fase attiva ci permette di poterci dedicare a quelle attività più difficili, proprio mentre l’energia psicofisica e in fase ascendente. Dobbiamo ricordarci infatti che siamo mammiferi e come tali siamo soggetti anche noi alle leggi della genetica che, tramite l’evoluzione di milioni di anni, ha fatto si che la nostra mente e il nostro corpo funzionino in questo modo. Una di queste leggi riguarda lo scorrere delle attività del nostro corpo attraverso ritmi che dovrebbero scandire il quotidiano. Tuttavia, in epoca contemporanea, i ritmi di vita sono quelli dettati dalla società. Ecco quindi che dai normali cicli sonno-veglia sino alle pause ultradiane, che si presentano ogni novanta minuti circa, e un continuo susseguirsi di posticipi e anticipi. Rossi ha raccolto in un suo libro tutte le ricerche pubblicate negli ultimi decenni, che hanno analizzato il ruolo dello stress che si accumula qualora si ignorino abitualmente le richieste di pausa ultradiana del nostro corpo. È utile ricordare che lo stress non e una malattia ma, se diventa una condizione prolungata, e da considerarsi come un fattore che può predisporre all’insorgere di malattie.

Non appena si comincia a prestare attenzione al proprio corpo, e inizia cosi una pausa ultradiana, i processi autoregolatori della relazione mente-corpo riprendono a funzionare secondo quei ritmi geneticamente preordinati, ripristinando cosi quell’equilibrio ottimale di salute e benessere. Nei suoi libri più famosi, ai quali rimandiamo per il giusto approfondimento, Rossi ha identificato le quattro fasi dello stress ultradiano, fornendo degli utili esercizi per ridurre l’intensità dello stress. La prima fase e caratterizzata dalla presenza di ripetuti segnali del bisogno di pausa. Quando siamo assorbiti per un tempo consecutivo dalla nostra attività, dopo un po’ sentiremo il bisogno di:
Sbadigliare o “stirarci” i muscoli;
Sgranchirci le gambe o andare in bagno.
Oppure:
La mente divaga e si fanno errori di distrazione;
Sentiamo il bisogno di parlare con qualcuno.
Escludendo l’ipotesi che si abbia fatto tardi la notte, questi sono i segnali tipici della prima fase dello stress ultradiano. Se ci fermiamo un attimo e diamo seguito a questi bisogni, ci diamo la possibilità di riequilibrare il funzionamento degli emisferi cerebrali del sistema nervoso. Vengono eliminati inoltre con più velocita i prodotti di scarto presenti nei tessuti e le nostre cellule possono fare il pieno di molecole messaggere. A livello psicologico, la nostra mente utilizzerà questo periodo per analizzare gli eventi e le emozioni e riorganizzarle in un insieme significativo. Come se in biblioteca, ogni novanta minuti, passasse un commesso che prende i libri lasciati aperti, rimettendoli negli scaffali, lasciando cosi i tavoli in ordine, pronti per essere utilizzati nuovamente. Se non prendiamo invece in considerazione questi segnali, nelle ore e nei giorni successivi, con il trascorrere delle settimane, essi si intensificheranno fino ad arrivare alla nascita di disturbi gastrointestinali o cardiaci o intestinali e cosi via. 

Come spezzare la spirale dell’aumento di stress ultradiano? In breve, la prima cosa da fare e accogliere, appena possibile, i segnali della prima fase e fermarsi alcuni minuti.
Ecco un primo esercizio di allenamento:
♦ Rimanendo tranquillamente seduti su una sedia, se non c’è la possibilità di mettersi comodi su una poltrona, si possono chiudere gli occhi ed ascoltare per due o tre minuti il ritmo del proprio respiro
che deve farsi sempre più naturale;
♦ Concentratevi sulle sensazioni positive che possono esserci nelle varie parti del corpo, ad esempio una mano leggera, le gambe piacevolmente rilassate e cosi via;
♦ Lasciate poi che la mente si prenda un momento per fantasticare. Quello che dovete fare e lasciare che il pensiero viaggi libero attraverso ricordi piacevoli e/o fantasie future. Se non riuscite a recuperare ricordi, potete immaginare di essere in un posto piacevole (per la maggior parte delle persone è una spiaggia o un posto di montagna… scegliete voi, a piacere);
♦ Dopo che vi siete rilassati per bene, monitorate il vostro corpo in cerca di sensazioni di tensione e, una volta identificate, immaginatele come se fossero dei nodi. Con la vostra immaginazione sciogliete quei nodi e ascoltate la sensazione di rilassamento che ne deriva. Ripetetelo per i vari punti di tensione;
♦ Poi immaginate di avere davanti a voi un video che vi farà rivedere le scene dei momenti della giornata: se vi fidate della vostra mente inconscia e la lasciate fare, sarà un modo piacevole di rimettere
ordine tra i pensieri, riprendendo magari qualcosa di importante che vi e sfuggito durante il giorno;
♦ Una volta terminato, fate qualche bel respiro e riaprite con calma gli occhi.

Se le prime volte fate fatica a fare questo è perchè il vostro pensiero rimane fisso sui vostri impegni del presente; non preoccupatevi, perché all’inizio può succedere. Accogliete i pensieri che vi vengono: e solo questione di allenamento. A sostegno dell’importanza della pausa ultradiana ci sono dei dati neurofisiologici che differenziano l’attività mentale ordinaria nello stato di auto-rilassamento ipnotico (che durante l’esercizio che vi ho appena descritto oscilla tra onde cerebrali Alfa [8-14 Hz] e Teta [4-8 Hz]), da quella di un sonnellino (che prevede invece un’attività mentale diversa, caratterizzata da onde Delta [0,5-4 Hz]). Inoltre, il risveglio da un sonnellino avviene con una sensazione di leggero intontimento o pesantezza, mentre la sensazione che si ha al termine dell’esercizio della pausa ultradiana e di benessere e lucidità. Il consiglio che vi do e quello di riuscire a fare almeno un paio di pause ultradiane al giorno. Come diceva una vecchia pubblicità, “provare per credere”.

Ma come mai le immagini che ci facciamo in uno stato di trance ipnotica, più o meno leggera, producono degli effetti a livello corporeo ? E proseguendo su questa linea, com’e possibile che la comunicazione mente-corpo possa risolvere i sintomi di natura psicosomatica? Dove avviene la traduzione dal pensiero al linguaggio corporeo ? Già Erickson negli anni Cinquanta aveva dimostrato che i sintomi psicosomatici potevano essere trattati come le amnesie traumatiche (memorie composte da contenuti psichici negativi, sostenuti da componenti neurologiche e fisiologiche, mantenute come fossero un’unica informazione). In stato ipnotico era possibile far rivivere quelle esperienze con un punto di vista più positivo, associato ad una possibilità di azione migliore.La vecchia memoria veniva cosi “riaggiornata” e il ricordo dell’esperienza non era più traumatico. 

Sembra che la cosa funzioni all’incirca cosi: l’esperienza mentale viene tradotta in risposte fisiologiche nell’area cerebrale chiamata “Sistema Limbico-Ipotalamico”. Dato che il Sistema Limbico-Ipotalamico è collegato con i principali sistemi di comunicazione mente-corpo (sistema nervoso autonomo, sistema endocrino, sistema immunitario, sistema neuropeptidico), esso può essere considerato la principale via di integrazione delle funzioni sensoriali, emotive e cognitive della mente con l’organismo.