Storia dell'Ipnosi

Quando si parla d’ipnosi, si inseriscono a pieno titolo la manipolazione mentale ed il condizionamento umano attraverso la suggestione. Le persone a volte fanno cose imprevedibili, inesplicabili o che sembrano tali. Possiamo trovare un’infinita di esempi nei libri di storia o nelle cronache dei giornali. Spesso viene attribuito all’ipnosi il “potere” di indurre gli altri a fare cose che non farebbero mai in una condizione di normalità.

Nel contesto dell’ipnosi clinica, questo non solo non accade, ma la mente è fatta in modo tale che, ogni volta che qualcuno ha provato, nel contesto di una situazione sperimentale controllata, a dare istruzioni di comportamenti a persone in stato ipnotico, impartendo loro di fare qualcosa che andasse contro i propri valori o la propria identità, questi, o si sono risvegliati, oppure hanno riscontrato forti mal di testa al termine dell’esperimento, a testimoniare la presenza di un probabile conflitto mentale. Può essere che nelle situazioni di “fenomeno pubblico”, come ad esempio negli spettacoli a teatro, ci siano persone che, una volta salite sul palco, possano veramente cominciare ad eseguire azioni “a comando”, tipo il verso della scimmia, passare dal riso al pianto e cosi via. In quel caso e molto probabile che si tratti di persone con forti tratti istrionici di personalità, convinte che fare quanto richiesto rappresenti una bellissima occasione per essere al centro della scena. Oppure, escludendo i casi di accordo pregresso con il mago di turno, potrebbe trattarsi di persone con un “Io” molto debole: in tal caso risulterebbe complicato distinguere quanto ci sia di recitato e quanto di ipnotico. Dato che la manipolazione degli altri ed il “lavaggio del cervello” sono argomenti che dobbiamo affrontare con ogni paziente, sulla scia delle leggende rese celebri anche dall’ambiente cinematografico, ho deciso di parlare della manipolazione e del condizionamento sociale. Questo fenomeno accade più come fattore relazionale-sociale piuttosto che come il frutto di qualche potere o magia. Molti sono i fattori presenti in ogni situazione di condizionamento umano che, spinti all’eccesso, creano fenomeni quali l’abbandono di una famiglia per aderire ad una setta, l’uccisione di altre persone in modo incondizionato, o la presenza dei kamikaze con annesso il fenomeno delle “cellule dormienti”. Quando cerchiamo di dare un senso ad eventi sconvolgenti come quelli dei genocidi di guerra (solo negli ultimi cinquant’anni, pensiamo ai nazisti verso gli ebrei, ai cambogiani o alle diverse etnie ruandesi, solo per citarne alcuni), oppure dei kamikaze dirottatori, la tendenza è quella di pensare che tutto ciò sia successo perchè i nazisti erano cattivi, mentre i kamikaze sono dei pazzi, “gente malata”. Questo tipo di spiegazione è certamente rassicurante per noi. Di fronte all’incredibilità di certi eventi, pensare che a noi non può succedere, proprio perchè siamo diversi, più buoni e normali, infonde un senso di tranquillità. Questo tipo di spiegazione sembra essere il frutto di un errore, quello che gli psicologi sociali chiamano “Errore fondamentale di Attribuzione”. Questo errore consiste nella tendenza a spiegare le azioni delle altre persone, sovrastimando l’influenza della personalità o del carattere e sottostimando l’influenza delle situazioni o delle circostanze. La Psicologia Sociale si occupa infatti di capire in modo scientifico come il comportamento e i pensieri delle persone siano modellati dalla presenza degli altri e dai vari contesti. Quanto detto non vuole creare alibi a comportamenti ingiustificabili, del tipo «… poverini, la colpa è della società», poichè in quel caso si commetterebbe l’errore opposto. Si tratta piuttosto di considerare le situazioni in cui le persone si trovano, le quali a volte hanno delle componenti che le portano ad agire in modi diversi a seconda delle circostanze. Vedremo adesso quali sono queste componenti.

La presenza degli altri

Il comportamento degli esseri viventi che vivono in gruppo sembra essere condizionato da questo fattore: la presenza degli altri. È esperienza nota quella di vedere persone che in gruppo fanno o dicono cose che, da soli, non farebbero o non direbbero mai. Le Bon, uno psicologo che si occupo di studiare i comportamenti aggressivi e immorali mostrati dalle masse, in un suo libro affermo che «la folla e sempre intellettualmente inferiore all’individuo isolato». Gli psicologi sociali hanno coniato il termine “deindividuazione” per sottolineare il fatto che certe situazioni di gruppo, come i movimenti di protesta, possono deresponsabilizzare le persone che vi fanno parte, favorendo comportamenti violenti o insoliti. Questo sembra accadere perchè, mentre l’identità personale si riduce quando la persona si mescola agli altri, ne nasce un’altra sostitutiva, detta “gruppale”, che identifica l’individuo come appartenente al gruppo, e non più come singolo dotato di una storia personale e di valori soggettivi. Via via che si rafforza l’identità gruppale, la persona dirige il suo comportamento in base alle norme riconosciute dal gruppo. I suoi comportamenti ed i suoi pensieri saranno quindi influenzati da forze situazionali coerenti con l’identità gruppale, decretando atteggiamenti ed azioni diverse a seconda che il gruppo sia ad esempio animato da intenti pacifisti, oppure orientato ad attività di protesta, o ad altre ideologie.

Conformismo ed obbedienza

Sara capitato a chiunque di stare in un gruppo di persone, in sede di dibattito, e di trovarsi in minoranza. Può succedere che, a seguito di uno scambio di opinioni, ci rendiamo conto che il pensiero della maggioranza del gruppo ci sembri più sostenibile rispetto al nostro. A quel punto diventa quasi ovvio cambiare idea. Ma cosa succederebbe se ci trovassimo in una situazione in cui siamo assolutamente sicuri della nostra opinione, ritenendo allo stesso modo assolutamente sbagliata quella della maggioranza del gruppo? La quasi totalità delle persone risponderebbe che non si conformerebbe alla pressione sociale del gruppo. Il rischio e che questa convinzione potrebbe essere un esempio dell’errore fondamentale di attribuzione che potrebbe portarci a sovrastimare l’importanza delle caratteristiche individuali, sottostimando quelle situazionali. Negli anni sono stati fatti numerosi esperimenti a prova del fatto che accade di frequente, molto più spesso di quanto siamo realmente disposti ad ammettere, di conformarsi alle opinioni della maggioranza. Non si parla ovviamente di opinioni relative a credi religiosi o politici, che al contrario molto spesso trovano forza proprio nell’essere minoranza. Per quanto riguarda invece il cambiamento di opinione in merito ad aspetti politici e religiosi, sembra essere più efficace una minoranza compatta e sicura in mezzo alla maggioranza, che non il contrario. I primi esperimenti fatti negli anni Cinquanta riguardavano la stima di quale fosse la linea più lunga fra le tre disegnate su un foglio. Nonostante la lunghezza fosse evidente a occhio nudo, il 30% delle persone cambiava idea a seguito dell’influenza del gruppo che, in accordo con lo sperimentatore, sosteneva una cosa diversa da quella che era invece ovvia e lampante. Un altro elemento che può spingere la gente a fare cose, anche diverse da quelle che farebbe normalmente, e l’obbedienza all’autorità. Riprendiamo l’esempio fatto all’inizio del capitolo: quello dei genocidi e degli stermini di massa. Appurato che i leader del momento possono essere diagnosticati come psicopatici, e doveroso precisare che non hanno fatto tutto da soli. Di conseguenza, o prendiamo per buona l’idea che tutti i cattivi della nazione si sono trovati tutti insieme nello stesso momento, con il rischio di incorrere nuovamente nell’errore fondamentale di attribuzione, oppure possiamo chiamare in causa anche variabili situazionali. In un celebre esperimento condotto da Milgram nel lontano 1963, accadde che persone normalissime, reclutate per un esperimento sulle capacità di apprendimento, divennero soggetti capaci di punire, attraverso scosse elettriche, altri individui ritenuti colpevoli di incorrere in errori di memoria su informazioni appena apprese. In realtà, il soggetto punito era un collaboratore di Milgram, nascosto dietro ad una parete. Egli simulava gemiti ed urla come se veramente ricevesse le scosse. A sorprendere fu il fatto che il 65% delle persone che presero parte all’esperimento, continuo ad impartire le scosse fino alla potenza di 450 volt. Badate bene: non ho detto che quel 65% era contento di continuare a somministrare le scosse. Permane pero il fatto che, su richiesta dello sperimentatore, nessuno di loro ha interrotto l’esperimento: tutti hanno continuato a dare le scosse, manifestando si segnali di confusione e perplessità, ma non forti abbastanza da farli smettere.
L’esperimento, ripetuto negli anni con alcune varianti, ha evidenziato un dato davvero interessante: tanto più era lontana la “vittima”, e minore il tempo per riflettere, tanto più alta era la percentuale di persone che proseguiva nell’impartire le scosse, a prova dell’obbedienza all’autorità.

La dissonanza cognitiva

I più abili persuasori ci insegnano che, se si vuole cambiare l’atteggiamento o l’opinione di una o più persone, e utile indurle a fare qualche piccola azione che sia coerente con l’atteggiamento o l’opinione che si desidera indurre. Questo perchè, dopo un po’, ogni individuo avrà bisogno di trovare coerenza in ciò che di nuovo fa, rispetto a quanto era solito fare. In caso contrario, l’incoerenza, detta anche “dissonanza cognitiva”, creerebbe uno stato di profondo disagio, al quale il soggetto dovrebbe necessariamente trovare rimedio. Vedere infatti che abbiamo fatto un’azione diversa da quanto sostenuto fino ad un attimo prima, crea un’incongruenza nella nostra identità, in virtù della quale dobbiamo trovare qualche idea che ci giustifichi. E proprio questa una delle tecniche utilizzate dai leader delle sette e dai gruppi similari. All’inizio viene chiesto all’interessato di fare solo delle piccole cose a favore della nuova religione, come partecipare ai gruppi ed esprimere il proprio assenso o disaccordo, in merito alle questioni sottoposte. Dopo un po’ viene avanzata la richiesta di partecipare attivamente a piccole mansioni, come preparare una cerimonia, e cosi via fino ad ampliare le piccole e concrete cose da fare. Se questo meccanismo si protrarrà per un po’ di tempo, la dissonanza cognitiva farà il resto. Dato che il soggetto si e visto fare cose che non avrebbe mai fatto prima, per riequilibrare l’esperienza a livello cognitivo interverrà una specie di auto convincimento, che lo spingerà a trovare una serie di motivi tali da giustificare il suo comportamento. Cose del tipo: «Tutto sommato non è poi cosi male stare con loro», oppure «mi ero fatto un’idea sbagliata sul loro conto, e adesso che li conosco meglio…». Ovviamente le sette, per tenere agganciata una persona al proprio culto, fanno anche altro, ma già questo è un buon inizio. Una cosa simile l’ho vista fare ad un venditore di una nota marca di aspirapolvere, che utilizza la vendita a domicilio. Era tutto un «Non si preoccupi signora, lei provi anche il pulisci-tappeto, non importa se poi non lo compra. Adesso che l’ha usato, mi dica, e vero che si
va bene? Cosa ne pensa?». Ci sono sicuramente altre componenti situazionali che dirigono e influenzano il comportamento delle persone in determinate circostanze, come ad esempio il pensiero di gruppo o l’identificazione. Ma non ho voluto dilungarmi, per non rubare troppo spazio in questo capitolo all’ipnosi. Mi premeva chiarire che, qualora vi rendeste conto con stupore di aver fatto qualcosa che non avreste mai ritenuto di poter fare fino a quel momento, non scomodatevi a cercare quel misterioso ipnotizzatore che vi ha circuito: non c’e stato nessun potere magico a controllarvi, facendo di voi dei semplici automi. Piuttosto, riflettere sulla situazione in cui eravate, vi offrirà maggiori possibilità di raccogliere qualche elemento in più.